Si addormento' probabilmente.
Lei era li a pochi centimetri da lui... e stava dormendo serenamente.
E mentre lei dormiva, lui si sentì improvvisamente solo... con se stesso.
Provò anche lui a prender sonno ma purtroppo non ci riusciva, prese allora la sua settimana enigmistica e incomincio' a fare le Cornici Concentriche, il suo cruciverba preferito. Gli serviva spesso quel tipo di passatempo per ripulire la mente, per non pensare a nulla. Si estraniava completamente da qualunque problema lo assillasse. E ce n'erano, in quel momento, di cattivi pensieri in agguato. Stava combinando qualche casino alla sua vita?
Non avrebbe saputo rispondere a quel quesito e fortunatamente una definizione intrigante lo porto' via da li.
Fini' lo schema in una ventina di minuti e poi si volse verso di lei.
Aveva una espressione stranamente allegra per una che dormiva.Forse stava facendo finta o...forse stava semplicemente ...sognando.
Penso' a tutte le volte che lei gli aveva raccontato i suoi sogni e lui ne aveva goduto perche era come entrare in un livello superiore di conoscenza, in una intimita' riservata a pochi. Lei lo aveva perfino eletto il custode dei suoi sogni, che onore.
E questa volta era li, ad assistere in diretta a questo evento...lei sognante. Si coglievano piccoli movimenti di sopracciglio, leggeri stiramenti dei suoi splendidi zigomi. E la bocca, le sue labbra che coprivano a stento i suoi denti pronunciati, davano segnali di godimento. Si... non c'erano dubbi, stava definitivamente sognando. Safran si protese verso di lei come per cercare di cogliere qualche cosa di piu', un dettaglio... non le era mai stato cosi' vicino.
Sentì il suo profumo.
Poi lo colse un pensiero, si ricordò improvvisamente di una cosa che si erano detti qualche tempo addietro.
E gli venne un'idea.
Cercò un foglietto nella tasca del sedile davanti ma non trovò nulla. Prese allora la settimana enigmistica e scrisse una piccola cosa sul bordo pagina. Ne strappo' via il pezzo e lo appoggio' sulle sue gambe.
Questo piccolo gesto la fece sussultare, si stropiccio' gli occhi e si sveglio' lentamente.
Lei scorse immediatamente il foglietto sulle gambe, lo prese in mano e lesse quello che c'era scritto.
Poi si giro' verso di lui, i suoi occhi si rimpicciolirono per disegnare un ampio sorriso e torno' a dormire.
Il comandante annucio' l'inizio della discesa e in pochi minuti toccarono terra nella capitale olandese.
"Vania... Vania sveglia... siamo arrivati ad Amsterdam... dobbiamo sbrigarci".
" Come sbrigarci?" fece lei stirandosi le braccia.
" Si! non abbiamo molto tempo... la coincidenza parte tra un'ora e forse dobbiamo passare un altro check point"
" Ma io non sono mai stata ad Amsterdam... voglio godermela un po'"
"Ci torneremo un'altra volta se ti va, pero' oggi si va di corsa" cerco' di essere convincente.
"Uffa, ma vuoi dire che mi sono presa tutta questa paura solo per stare qui solo un'ora?" disse, ormai contrariata.
"Si... direi di si... se si vuole andare la... bisogna passare da qui... non ci sono voli diretti per il Kenya dall'Italia".
Lei non disse piu' nulla prese la sua gabbietta e si avvio' indispettita verso l'uscita dell'aereo.
"Vania!" la chiamo', ancora intento a raccogliere le sue ultime cose sul sedile.
"Si?" disse girandosi lentamente verso di lui.
" Che cosa hai sognato?"
martedì 26 ottobre 2010
Society
Lei non rispose, ma si aggrappò alla sua mano stringendola forte. Lui intravide delle lacrime sul viso di lei. Cercò di asciugarle con il palmo della mano, ma lei glielo impedì. "Lasciale lì dove sono - disse con un filo di voce - mi scaldano e mi fanno sentire viva." Lui tirò indietro la mano e rimase in silenzio. Finalmente la fase di decollo era terminata, la lucina delle cinture di sicurezza si spense e le hostess iniziarono il loro viaggio su e giù per il corridoio a offrire tè e caffè.
Lei lasciò finalmente la mano di lui e smise di fissare il vuoto davanti a sè. Con estrema calma si girò verso il finestrino e osservò il cielo, poi scoppiò a ridere nervosamente. Lui la guardò stupito, ma non disse nulla. "Scusa Safran, ti ho stritolato la mano... non ci posso fare nulla... il decollo mi getta nel panico... forse perché una volta un amico ingegnere mi ha raccontato che c'è un momento di non ritorno nel decollo, durante il quale, se qualcosa va storto, è impossibile correre ai ripari... e da quel momento non sono più riuscita a stare tranquilla."
Lui si chiese chi potesse averle raccontato quella storia, conoscendo la sua paura di volare. Un folle forse.
"Devi sapere - sussurrò lui dopo qualche minuto di silenzio - che in realtà quel momento che il tuo amico ha definito "di non ritorno" non ha il significato che tu gli hai dato. Le persone che muoiono in un incidente aereo in verità non muoiono davvero, ma entrano in una dimensione nuova, a causa della velocità del veicolo. Da quel momento appartengono a un nuovo mondo, a quattro dimensioni. Non so dirti con precisione dove si trovi questo nuovo mondo, ma ti assicuro che esiste. Ho dato un esame all'università che raccontava proprio di questo evento strano, ma scientificamente provato."
Lei lo guardò divertita. "Ma ci possono entrare anche i gatti in questa nuova dimensione? - chiese lei. "No, ecco... i gatti credo si spiattellino a terra come focaccine... mi spiace cara... " - rispose lui grattandosi la barba.
Lei gli fece una pernacchia, poi si rimise ad osservare il cielo sotto di lei, infilando nelle orecchie il suo I pod, desiderosa di isolarsi per un po' di tempo senza pensare a nulla. Chiuse gli occhi e tra le note di Eddie Vedder si addormentò.
Lei lasciò finalmente la mano di lui e smise di fissare il vuoto davanti a sè. Con estrema calma si girò verso il finestrino e osservò il cielo, poi scoppiò a ridere nervosamente. Lui la guardò stupito, ma non disse nulla. "Scusa Safran, ti ho stritolato la mano... non ci posso fare nulla... il decollo mi getta nel panico... forse perché una volta un amico ingegnere mi ha raccontato che c'è un momento di non ritorno nel decollo, durante il quale, se qualcosa va storto, è impossibile correre ai ripari... e da quel momento non sono più riuscita a stare tranquilla."
Lui si chiese chi potesse averle raccontato quella storia, conoscendo la sua paura di volare. Un folle forse.
"Devi sapere - sussurrò lui dopo qualche minuto di silenzio - che in realtà quel momento che il tuo amico ha definito "di non ritorno" non ha il significato che tu gli hai dato. Le persone che muoiono in un incidente aereo in verità non muoiono davvero, ma entrano in una dimensione nuova, a causa della velocità del veicolo. Da quel momento appartengono a un nuovo mondo, a quattro dimensioni. Non so dirti con precisione dove si trovi questo nuovo mondo, ma ti assicuro che esiste. Ho dato un esame all'università che raccontava proprio di questo evento strano, ma scientificamente provato."
Lei lo guardò divertita. "Ma ci possono entrare anche i gatti in questa nuova dimensione? - chiese lei. "No, ecco... i gatti credo si spiattellino a terra come focaccine... mi spiace cara... " - rispose lui grattandosi la barba.
Lei gli fece una pernacchia, poi si rimise ad osservare il cielo sotto di lei, infilando nelle orecchie il suo I pod, desiderosa di isolarsi per un po' di tempo senza pensare a nulla. Chiuse gli occhi e tra le note di Eddie Vedder si addormentò.
lunedì 25 ottobre 2010
compagni di viaggio
L’assistente al banco dei check-in li accolse con un ampio sorriso.
Poi chiese: “viaggiate insieme?”
La domanda, seppur innocente, li mise un po’ in imbarazzo. Si guardarono negli occhi come per cercare un supporto reciproco. Era la prima volta che qualcuno li considerava come una … coppia… era una sensazione nuova a cui non erano abituati e che forse neanche stavano cercando. Lui prese a parlare: “ si… in un certo senso”.
“Ok, vedo che proseguite poi verso il Kenya, se avete bagagli da spedire ve li faccio arrivare fino a destinazione” . “ Si ne abbiamo…”continuo’ lui “e… abbiamo anche questo” e mostro’ la gabbia con il micino.
“Um, avreste dovuto dichiararlo con 48 ore di anticipo”.
“ Si, lo so, ma vede… e’ che abbiamo prenotato solo ieri… e quindi era praticamente impossibile”. “Miaooo” fece Bartolomeo come per confermare.
L’assistente guardo’ tra le fessure della gabbia e vide due occhietti di ghiaccio che la fissavano speranzosi.
“ Va bene, noi possiamo chiudere un occhio ma vi avviso che le autorita’ keniote credo vogliano avere dei documenti che attestino la assoluta buona salute dell’animale, altrimenti lo respingeranno in frontiera”
Questo lo prese in contropiede, si volto’ verso di lei per cercare conforto. Stava gia’ per arrendersi quando vide il suo volto aprirsi in un sorriso.
Infilo’ la mano nell’inseparabile e ne estrasse un foglio. “Ecco qua. Un certificato di buona salute firmato da un veterinario autorizzato!”
Lui la guardo’ stupito.
L’assistente annui e prosegui’ con le altre procedure fino al rilascio delle carte di imbarco.
“ Ma come hai fatto?”
“ Eh. Tu non mi conosci ancora, caro. Sono la donna dalle mille risorse!”.
Dopo meno di mezzora prendevano posto sul velivolo. Lei prese posto accanto al finestrino, la gabbia in mezzo e lui lungo il corridoio.
Lei era visibilmente preoccupata. Inizio’ a parlare velocemente, dicendo cose anche senza senso, pur di evitare di pensare al viaggio.
Lui invece era piu’ tranquillo mentre Bartolo dormiva rumorosamente.
“Vania… stai tranquilla… andra’ tutto bene”
“ Si… lo so… ma e’ piu’ forte di me”
“ Sai come fa a volare un aereo?”
“ No, cioe’ si… vagamente…”.
E lui inizio’ una piccola lezione di aerodinamica, proprio come faceva con i suoi figli.
Era strano per lui insegnare qualcosa ad una maestra. Si sentiva a disagio.
Pero’ lei ascoltava con attenzione. E sembrava un po’ piu rilassata fino a quando i motori non iniziarono a rombare e l’accelerazione li schiaccio’ contro lo schienale.
Allora lui allungo’ un braccio e le strinse la mano. Lei chiuse gli occhi.
“Adesso li puoi riaprire… il pericolo e’ passato.”compagni di viaggio (francesco de gregori)
risposte
Lei lo guardò fisso negli occhi per qualche secondo, come a dirgli che non erano affari suoi. Lui capì l'antifona e si diresse in silenzio verso il check-in. In realtà lei era stata onesta con il suo ragazzo. Solo lui sapeva di questo viaggio e non le aveva impedito di partire. Semplicemente l'aveva lasciata libera di scegliere, senza porre condizioni e senza snocciolare noiosi ricatti morali. Ma lei sapeva cosa si nascondeva nel cuore di quell'uomo che tanto la amava. Dolore. Delusione. Paura. Eppure, anche questa volta, aveva riposto nel loro rapporto una fiducia smisurata, non impedendole di vivere occasioni o esperienze nuove, considerandole un mezzo per rafforzare il loro amore, se mai fosse resistito.
Lei si era sentita terribilmente in colpa, ma il suo spirito libero era più forte di tutto, anche di quell'amore così grande che le aveva permesso di sentirsi di nuovo donna. Lei doveva partire, per non avere rimorsi e per non arrivare un giorno a provare rancore verso il suo uomo.
Si sentiva egoista e forse in questo momento lo era davvero. Tutti questi pensieri che le attraversavano la mente l'avevano resa taciturna e triste e lui si sentì dispiaciuto per aver fatto quella maledetta domanda. In fondo lei non aveva chiesto nulla a lui. Ciò che contava ora era essere insieme e godersi il viaggio dimenticando per qualche giorno ogni pensiero o tristezza.
Quando mancavano soltanto due persone al check-in lui le prese il viso tra le mani, la fissò negli occhi e disse imbarazzato: "Sei ancora in tempo ad andartene, lo capirei. Ma credo che Bartolo potrebbe rimanerci male. Ormai non sta più nel pelo all'idea di vedere i leoni. Lo deluderesti molto."
Lei lo fissò con uno sguardo torvo, quasi violento. Lui si sentì ferito. Poi lei scoppiò a ridere come una bambina e lui le diede uno spintone, facendola urtare contro un bellissimo signore di colore che stava in fila dietro di lei e lei sentì un dolcissimo profumo di ambra. Chiese scusa all'uomo, poi si avvicinò all'orecchio del suo amico ingegnere e sussurrò:
"Adoro gli uomini profumati... e dalla pelle ambrata."
Lui la guardò di traverso. "Non avevo dubbi - boffonchiò sorridendo."domenica 24 ottobre 2010
domande
La vide finalmente arrivare. Non disse nulla.
Le andò incontro e la abbraccio forte. Era come una liberazione, come riprendere finalmente fiato dopo quella mattinata di apnea.
Le sussurrò solo una parola all’orecchio: “grazie” … e si accorse che stava quasi tremando. Si riprese immediatamente e la guardò adesso, veramente, per la prima volta.
“E quello cos’e’?”
“ Uh, vedo che il tuo cervello di giovane ingegnere creativo entra in stand-by il sabato mattina. Vuoi una risposta multipla o preferisci avventurarti a provare qualche ipotesi plausibile tra le mille possibili?
Il modo in cui aveva pronunciato le parole “giovane” e “ ingegnere” lo fecero irrigidire un poco.
“ Spiritosa! Ho capito cos’e’… intendevo dire… dobbiamo proprio portarcelo dietro il gatto? Insomma… non avevo preso in considerazione anche questa… compagnia…”
“ Certo che dobbiamo! Io senza di lui non mi muovo. E’ come se fosse la mia famiglia… e non chiamarlo “gatto” con quel tono.”
Ecco, adesso tirava in ballo la famiglia… quella parola entrò come una spina nel suo cervello. Avrebbe voluto dire che lui una famiglia l’aveva lasciata a casa veramente, e che stava giocandosi molto con quel viaggio ma poi si tenne per se quel pensiero.
“ Va bene, ma il trasporto di animali in Kenia potrebbe presentare dei problemi, sai e’ un ecosistema delicato, non conosco di preciso le procedure, non vorrei che si dovesse dichiararlo in anticipo. Non potevi lasciarlo a casa, alla tua amica? O magari la chiamiamo adesso e le diciamo di venire a prenderselo?”
“ Ma sei pazzo? Non se ne parla proprio, e poi non le ho detto che venivo in viaggio con te.”
Lui si chinò sulla gabbietta, Bartolo iniziava a farsi sentire. La aprì e prese in braccio l’animaletto che si aggrappò con i piccoli artigli al suo maglione e cominciò a leccargli la barba.
“ Eeevabene, ti portiamo… ti portiamo… basta con queste smancerie… mannaggia a te.”
A lei tornò finalmente il sorriso e lo baciòdi slancio sulla guancia.
“ Ok andiamo al check-in e vediamo cosa ci dicono. Hai portato il passaporto?”
“ Certo, ho tutto qui dentro” e indicò la sua ampia borsa,l’inseparabile.
“ Hai paura per il viaggio?”
“ Un po’… ma ormai sono convinta, non si può più tornare indietro”.
Lui prese le due valigie e si indirizzò verso i banchi.
“ Caspita, la tua valigia e’ il doppio della mia, ma che ci hai messo dentro?”
“ Certo che oggi sei proprio uno spaccapalle eh?”
“Ok..Ok.. non dico più niente, sarà che sono un po’ agitato… anzi no…un’ultima cosa te la voglio chiedere… a Lui che cosa hai detto?”
all'aeroporto
Dopo averlo visto salire sul taxi e allontanarsi da casa, lei si infilò sulla sua Matiz rosso fuoco, girò la chiave e partì dirigendosi verso Malpensa. La valigia era adagiata sui sedili posteriori: era troppo grande per starci nel bagagliaio. Accanto a lei, al posto del passeggero, c'era Bartolomeo.
Lei ripensò a quando aveva paura di volare. In verità la paura c'era ancora, ma molto più controllata. Per lo meno non capitava più che rinunciasse a un viaggio pur di non prendere un aereo. Qua però non si trattava di un'ora di volo, bensì di quasi 12 ore. "Ce la farò? - pensò preoccupata mentre imbocca la supestrada - e se mi viene il panico che faccio?"
Cercò di scacciare i brutti pensieri alzando il volume della radio e per trovare ancora più coraggio infilò un cd di Carmen Consoli e si mise a cantare a squarciagola. Il cuore rallentò la sua corsa e la paura si placò. Ora poteva ricominciare a immaginare le bellezze del viaggio che l'attendevano.
Non aveva raccontato a nessuno di questo viaggio, neanche alla sua migliore amica. Aveva semplicemente detto che avrebbe trascorso la settimana seguente a casa di Valentina, l'amica di Firenze, la quale aveva bisogno di una mano con la bimba appena nata.
Nient'altro che una bugia bianca, come era solita chiamare lei le bugie senza cattiveria.
Non voleva essere fermata nè giudicata. Voleva solo partire con quell'uomo misterioso, che la conosceva senza averla mai frequentata e poi chiudere definitivamente ogni contatto con lui. Le vite di entrambi erano troppe lontane l'uno dall'altra e sia lui che lei avevano la consapevolezza che prima o poi tutto sarebbe finito. Sarebbe stato un bel finale, tra i colori dell'Africa.
Lei parcheggiò l'auto nel parcheggio dell'aeroporto; con la gabbietta nella mano destra e la valigia nella mano sinistra si trascinò fino alle partenze internazionali. Cercò i terminali della KLM: lui era già lì.
Stava sfogliando una rivista, appoggiato a una colonna, la minuscola valigia accanto a lui. Lei sorrise. Si avvicinò. Lui alzò lo sguardo.
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